“Se l’euro è stato concepito come un mezzo per organizzare e garantire una prosperità condivisa in Europa, ha sicuramente fallito”. E a dimostrarlo per l’ennesima volta stanno i grafici mostrati in questo articolo di Heiner Flassbeck e Jorg Bibow apparso su Flassbeck Economics, a testimonianza del dibattito in corso nella sinistra tedesca. Ma se il lavoro è corretto nella parte analitica, individuando la causa della progressiva divergenza delle maggiori economie europee nelle politiche neoliberali che avvantaggiano solo la Germania, risulta meno convincente la proposta di applicare “riforme strutturali” alle politiche macroeconomiche e istituzionali europee. La domanda è la solita: atteso che una riforma della UE sia auspicabile dal punto di vista italiano (e non lo è a causa del processo di meridionalizzazione in cui la penisola incorrerebbe), come si possono cambiare politiche che sono inscritte nei principi dei trattati e nel DNA ideologico della UE, che – en passant – è in mano alla stessa potenza egemone che trae benefici da queste politiche e che di quella ideologia è alfiere?



di Heiner Flassbeck e Jorg Bibow, 8 marzo 2018


L’Unione Economica e Monetaria Europea (UEM) è in crisi permanente dal 2008. Non tutti gli stati membri ne sono colpiti in ugual misura – tuttavia si è generato un grave squilibrio, risultato di uno sviluppo economico diseguale, che pone una minaccia diretta all’ininterrotta esistenza dell’unione monetaria.

Anche i quattro maggiori paesi dell’euro – Germania, Francia, Italia e Spagna – hanno sperimentato sviluppi molto differenti sotto il regime dell’euro, in particolare dal 2008 con lo scoppio della crisi finanziaria permanente.

Grafico 1 – Lo sviluppo economico delle quattro nazioni maggiori dell’eurozona.
Qui si illustra lo sviluppo economico dei quattro più grandi stati della zona euro, mettendo a base il 2008: da quell’anno, la Germania si è distinta come il paese che ha apparentemente avuto lo sviluppo maggiore all’interno di questo gruppo. In effetti, è stata la favorita – anche se il crollo del 2009 è stato particolarmente profondo in Germania.

Grafico 1

La Francia, d’altro canto, ha visto una crescita molto modesta dall’inizio della crisi. La situazione nei due paesi più grandi dell’unione monetaria si è così invertita: prima della crisi la Germania è stata a lungo considerata il “malato” d’Europa, conseguendo solo fasi molto brevi di crescita dal 1999 al 2000 e dal 2006 al 2007. La Francia sotto l’euro inizialmente ha registrato uno sviluppo davvero costante e molto più robusto. Mentre per Italia, che ha sperimentato una crescita modesta come quella della Germania prima della crisi, la situazione da allora si è sensibilmente deteriorata. Sembra essere caduta dentro una trappola dalla quale non può fuggire.

La Spagna ha vissuto rapidi alti e bassi: inizialmente un lungo boom, quindi un crollo repentino che, come in Italia, ha avuto luogo durante una doppia recessione. Da qualche anno ormai il paese nel Sud ovest dell’eurozona sta mostrando una crescita relativamente forte in termini di dati ufficiali sul PIL. In ogni caso, la disoccupazione rimane molto alta.

Non è sorprendente quindi che la Germania oggi sia generalmente lodata dai media e dai politici come esempio e modello tra i grandi paesi membri dell’euro, mentre Francia e Italia, secondo le interpretazioni ufficiali, non hanno adottato le “politiche necessarie” e sembrano non fare progressi. I presunti compiti a casa trascurati sono naturalmente le “riforme strutturali”. Il termine si riferisce alla urgente e necessaria liberalizzazione del mercato del lavoro e una riduzione del ruolo dello Stato, che sono dipinte come necessarie al ripristino della competitività. Perfino la crisi finanziaria globale dal 2007 al 2009 e la crisi dell’euro, ancora irrisolta dal 2009, non sono state capaci di ispirare ai decisori delle politiche economiche le dovute riflessioni. L’Europa rimane incrollabilmente neo-liberale.

Da questo punto di vista, la Francia e l’Italia si ostacolano da sole sulla strada della propria felicità, perché rifiutano di prendere la medicina: il miracoloso potere curativo del mercato. Oggigiorno, questo mantra viene ripetuto incessantemente da opinionisti considerati esperti e conseguentemente ripreso ad nauseam dai media. Questa citazione di Francois Villeroy de Galhau, governatore della Banque de France, esprime perfettamente il nocciolo dell’ipotesi secondo cui la prolungata debolezza economica sarebbe dovuta al ritardo delle riforme strutturali:

“Venticinque anni fa, parlammo di ‘Unione Economica e Monetaria’. Da allora, abbiamo avuto successo con l’unione monetaria, ma non siamo stati molto efficaci nell’unione economica. Le prestazioni economiche mediamente abbastanza buone nell’area dell’euro nascondono ancora eterogeneità individuali. Pertanto, prima di tutto, alcuni paesi, come Francia e Italia, devono accelerare le riforme strutturali interne per aumentare l’operatività e la flessibilità delle loro economie. E permettetemi di essere chiaro, è nel nostro interesse nazionale: attualmente abbiamo una crescita economica e un’occupazione inferiore a quelle di alcuni nostri vicini, come la Germania, la Spagna e l’Olanda, che hanno avuto successo nel portare avanti le riforme necessarie”.

L’ipotesi della persistente debolezza economica dovuta al ritardo delle riforme strutturali è, naturalmente, in linea con le solite superstizioni della teoria economica mainstream, secondo la quale i mercati devono essere liberati da tutte le “rigidità”, poiché così renderanno possibile – sempre e ovunque – la crescita più veloce e la massima felicità generale. Se alcune economie crescono più velocemente di altre, ciò è dovuto alle riforme strutturali che sono state attuate con successo. Se le economie crescono con un ritmo più lento, questo è dovuto solamente al fatto che non hanno ancora attuato le urgenti riforme strutturali.

La semplicità intellettuale di questa visione del mondo è impressionante, e piace a quelli che, forse con un occhio all’opportunismo politico, vogliono semplicemente unirsi al gregge neo-liberale. Ma prima di spiegare un’alternativa, permetteteci di rivedere per prima cosa la situazione attuale e alcuni sviluppi storici nei quattro grandi stati membri dell’eurozona.

Il Grafico 2, lo sviluppo economico delle quattro maggiori nazioni dell’eurozona nell’era neo-liberale, mostra lo sviluppo economico dei quattro maggiori stati membri dell’euro dal 1980, tenendo come base il 1999, l’anno in cui fu introdotto l’euro. Ogni dieci anni, per esempio, c’è stata una recessione, ma in ogni caso ci sono stati sviluppi abbastanza simili in Germania, Francia e Italia negli anni ’80 e ’90.

Grafico 2

La Germania ha sperimentato una breve accelerazione della crescita negli anni attorno alla riunificazione tedesca; ma la Francia ha recuperato nuovamente nel corso degli anni ’90. Nel complesso, lo sviluppo dell’Italia durante questo periodo è stato solo leggermente più lento di quello di Germania e Francia. La Spagna, dal canto suo, entrata nella Comunità Europea solo nel 1986, stava recuperando con successo, sperimentando una prolungata crescita fino al 2009. L’accelerazione della crescita della Spagna che iniziò a metà degli anni ’80, esclusa la recessione all’inizio degli anni ’90, fu mantenuta fino alla grande crisi finanziaria. Per la Germania e la Francia, nell’insieme, la tendenza è quasi parallela nel periodo successivo all’introduzione dell’euro: la Germania è stata paralizzata prima della grande crisi, e la Francia è stata paralizzata da allora. Nel caso della Spagna, osservatori ottimisti sperano adesso in una ripresa del processo di recupero, che potrebbe essere stato interrotto dalla profonda crisi finanziaria; mentre l’Italia sembra essere naufragata ai margini, sotto il regime dell’euro, come si può di nuovo chiaramente vedere nel grafico.

Grafico 3. Lo sviluppo dei redditi pro-capite: processo di recupero e convergenza.

Lo sviluppo del reddito pro-capite (in potere d’acquisto – stime aggiustate del FMI), che può essere visto nel grafico 3 per il periodo che inizia dal 1980, mostra anche che la Germania, tra i tre stati membri più anziani, aveva un leggero vantaggio di circa il 5% attorno al 2005, mentre la Spagna per un periodo è stata capace di ridurre significativamente le sue molto più ampie carenze. Ma la Spagna e persino la Francia da allora sono tornate significativamente indietro. È inoltre facile vedere perché la Germania generalmente è percepita come la vincitrice dell’euro e della sua crisi e perché il resto d’Europa è visto come perdente.

Il divario economico decisivo all’interno della zona euro si riflette anche nella situazione del mercato del lavoro (grafico 4): in Germania, il tasso di disoccupazione oggi è basso come prima della recessione dei primi anni ’80, o addirittura più basso di quanto fu durante il “boom della riunificazione”. Negli altri tre paesi, invece, vengono tutt’ora registrati primati storici negativi. In Francia e Italia il tasso di disoccupazione è sceso di poco negli ultimi anni. In Spagna è sceso più decisamente, ma partendo da un livello molto alto. La Germania tradizionalmente ha avuto un tasso di disoccupazione più basso degli altri tre paesi, ma è stata in controtendenza negli anni ’90 fino alla grande crisi finanziaria. In quel periodo la disoccupazione in Germania è cresciuta, contrariamente alla tendenza nel resto della zona euro, e ha superato il livello di disoccupazione degli altri tre paesi maggiori. Perché la Germania ha avuto difficoltà in questo periodo? E come è stata capace di risorgere dalle ceneri, come una fenice – mentre gli altri paesi dell’euro, e la zona euro nel suo complesso, non si sono ancora risollevati dalla crisi?

Grafico 4 – L’andamento della disoccupazione dal 1980, nelle economie maggiori della zona euro

Lo sviluppo economico insolitamente scarso nella zona euro è particolarmente evidente se confrontato con quello di altri paesi sviluppati, specialmente quando si esamini lo sviluppo della domanda interna a partire dalla grande crisi finanziaria del 2009 (grafico 5). Anche se le economie sviluppate più importanti hanno per lo più fallito nello svilupparsi in modo soddisfacente dopo la crisi globale, la zona euro è rimasta molto indietro ed è la grande ritardataria nel panorama internazionale. Secondo i dati ufficiali, la zona euro non è riuscita a tornare ai livelli pre-crisi della domanda fino al 2016.

Grafico 5 – Andamento della domanda interna – l’eurozona è molto in ritardo, secondo gli standard internazionali

Il quadro d’insieme della situazione è inequivocabile e non c’è alcun modo convincente di negarlo: la politica economica della zona euro ovviamente ha fallito. In effetti, se l’euro è stato concepito come un mezzo per organizzare e garantire una prosperità condivisa in Europa, ha sicuramente fallito. L’instabilità politica e sociale in quasi tutti gli stati membri ha raggiunto livelli che fanno sembrare una reale possibilità la totale rottura della UEM. Pertanto parlare di “crisi esistenziale” della UE non è un’esagerazione. Wolfgang Munchau ha formulato appropriatamente e senza giri di parole questo punto, riferendosi ai principali colpevoli (Financial Times, 27 marzo 2017).

“L’insuccesso nel superare la crisi dell’eurozona è uno dei grandi errori storici dell’Europa del dopoguerra – l’eredità di Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, Francois Hollande e tutti quelli che hanno avuto un ruolo in questo disastro politico. È una delle principali ragioni dell’ascesa del populismo. Ci ha reso tutti vulnerabili ad altre crisi. L’uscita di un singolo paese dall’eurozona scatenerebbe una crisi finanziaria di proporzioni inimmaginabili”.

Sono soprattutto le politiche economiche della Germania a essere responsabili di avere spinto l’eurozona nella sua ancora irrisolta crisi esistenziale. È grottesco che la Germania, dopo aver distrutto la UEM con le sue peculiari politiche “beggar-thy-neighbour” [letteralmente “rovina il tuo vicino”; espressione usata per indicare politiche che beneficiano il proprio paese scaricandone i costi sui paesi vicini, ndt], continui a condurre le danze e ostacoli una vera ripresa dei suoi partner. L’eurozona in effetti ha bisogno di riforme strutturali. Ma le riforme di cui ha urgentemente bisogno riguardano le politiche macroeconomiche e istituzionali, e non hanno nulla a che fare con l’infilare l’Europa ancora più a fondo nel purgatorio neoliberale. L’agenda neoliberale di affamare lo Stato in nome dell’austerità e impoverire i lavoratori nel nome della flessibilità e della competitività può portare soltanto alla distruzione di quello che leader politici responsabili hanno cercato di costruire in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale.