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giovedì 17 gennaio 2019

CELLULARI PERICOLOSI: SENTENZA TAR CONDANNA MINISTERI




di Laura Masiero

Storica sentenza del Tar Lazio che accoglie il ricorso presentato dall’A.P.P.L.E. contro i Ministeri di salute, Ambiente e Istruzione, obbligandoli alla campagna di informazione sull’uso corretto dei telefoni mobili e sui rischi per la salute. 



E' stupefacente la discussione che si è riuscita a creare attorno all'arresto di Cesare Battisti. Un criminale viene arrestato e riportato a casa sua, dove viene a scontare l'ergastolo. La notizia dovrebbe finire qui.
Ma invece di celebrare semplicemente un successo della giustizia, ora i media si scatenano a discutere sul fatto che il suo arresto sia stato "troppo spettacolarizzato".
La sera del rientro di Battisti i talk televisivi non parlavano d'altro. Su ogni canale, da Rai3 alla Sette a Rete 4 si discuteva il fatto che i ministri dell'interno e della giustizia avessero "fatto passerella" all'aeroporto di Ciampino. Mentre oggi si critica il fatto che il ministro Bonafede abbia pubblicato un video di tre minuti che mostra le ultime fasi del rientro di Battisti. "Che squallore davvero - hanno commentato sui social - Uno dei punti più bassi della Repubblica. Siete riuscite a dare il palcoscenico ad un assassino che non si meritava tutta questa pubblicità".
Il problema di cui non ci si rende conto è che lo stesso "palcoscenico" che viene criticato oggi per la spettacolarizzazione della notizia è quello che la notizia l'ha creata. Quando la televisione va a intervistare Battisti a casa sua in Brasile, e gli permette di fare il bullo davanti alle telecamere perchè lui si ritiene sotto protezione inattaccabile, si sta creando il mostro di cui poi le televisioni saranno "obbligate" ad occuparsi quando avverrà il suo arresto.
Nel cinema c'è un meccanismo che si chiama set-up and pay-off, ovvero "preparazione e risoluzione". Nella fase del set-up tu costruisci le aspettative che coinvolgono emotivamente il pubblico, e poi al momento del pay-off "ripaghi" - letteralmente - quelle aspettative con la risoluzione del problema.
Se non costruisci prima il set-up, non puoi avere il pay-off. Se non crei prima il dramma della perdita del figlio da parte di Lori del Santo, poi non puoi dare Lori del Santo in pasto al pubblico nel Grande Fratello.
Idem per Battisti: se i telegiornali non ci avessero segnalato per mesi interi le comparizioni, gli spostamenti, gli avvistamenti e le fughe continue di Battisti, oggi il suo arresto sarebbe stato una semplice notizia di tre righe in quinta pagina dei giornali.
Invece oggi il pay-off è stato esattamente proporzionale al set-up. hanno semplicemente ripagato lo spettatore delle aspettative che gli avevano costruito nel subconscio.
Quindi, non solo la macchina che oggi denuncia la spettacolarizzazione è la stessa che ieri l'ha costruita, ma poi non ci si può lamentare che il politico di turno utilizzi quella macchina per trarne un vantaggio in termini di popolarità.
Se l'arresto di Battisti è stato preparato fin dall'inizio come evento mediatico, è logico che poi i politici vogliano sfruttare l'evento mediatico a proprio favore.
Ma la macchina televisiva divora perennemente sè stessa, e si dimentica completamente di aver creato lei l'evento che oggi cerca di criticare. Il problema è che il pubblico vive "dentro" a quella scatola, e da fuori non riesce a vederla. Dentro quella scatola "esiste" il mito del fuggitivo Battisti, e dentro a quella scatola si celebra la sua cattura, con relative polemiche per la sua spettacolarizzazione. Avviene tutto lì dentro. Un fenomeno autoreferenziale assoluto, che solo quei pochi che riescono ad osservarlo da fuori riescono ad indentificare.
Massimo Mazzucco

5G, ORA ANCHE IL COMITATO SCIENTIFICO EUROPEO HA DUBBI SUI RISCHI

Di Maurizio Martucci
l documento ufficiale è nell’ultima newsletter del Comitato Scientifico sui rischi sanitari ambientali ed emergenti (SCHEER) della Comunità Europea, notoriamente negazionista sugli effetti biologici dei campi elettromagnetici. Ma lo spauracchio 5G è talmente grande ai piani alti di Bruxelles che, alla fine, anche loro hanno dovuto arrendersi all’evidenza. Leggete bene, con attenzione [qui il documento integrale]: il 5G “evidenzia criticità sconosciute sui problemi di salute e sicurezza. La polemica è in merito ai danni causati dalle attuali tecnologie wireless 2G, 3G e 4G. Le tecnologie 5G sono molto meno studiate per ciò che concerne i loro effetti sull’uomo o sull’ambiente”.
Infine, il colpo finale: “Come esposizione ai campi elettromagnetici possa influenzare l’uomo rimane controverso, gli studi non hanno fornito prove chiare dell’impatto su mammiferi, uccelli o insetti. La mancanza di prove chiare per informare lo sviluppo delle linee guida sull’esposizione alla tecnologia 5G lascia aperta la possibilità di conseguenze biologiche non intenzionali”.
Avete capito bene? Con il 5G resta aperta la porta di effetti nocivi sull’ambiente e salute umana, supportata l’ipotesi di conseguenze biologiche inesplorate sui cittadini prossimamente irradiati. Altro che surriscaldamento termico tipo manichino riempito di gel, come ripetono, da studi desueti e di dubbia provenienza nei finanziamenti, i ricercatori privati della Commissione Internazionale per la Protezione dalle Onde Non Ionizzanti (ICNIRP) che il vicepremier Luigi Di Maio prende per oro colato nel tentativo di rabbonire cautelativi e tecnoribelli.
L’allarme 5G da parte dello SCHEER è supportato da referenze in un documento di orientamento sulle questioni emergenti in materia di salute e ambiente, pubblicato per richiamare l’attenzione della Commissione europea su 14 questioni emergenti nell’area non alimentare, identificate come futuri pericoli per la salute umana e l’ambiente. E, insieme all’aumento di droghe e di sostanze tossiche nelle acque reflue, di rifiuti e della presenza di antibiotici nelle acque, il documento europeo spiazza praticamente tutti (me compreso, ma ben venga) con l’inserimento del 5G nella lista degli agenti pericolosi per l’umanità. “I comitati scientifici – scrivono dall’organo internazionale – riesaminano e valutano i dati scientifici pertinenti e valutano i rischi potenziali. Il comitato SCHEER fornisce pareri su questioni relative a rischi sanitari”.
Domandina semplice semplice: e adesso come la mettiamo, cara ministra della Salute, Giulia Grillo, lei che si è completamente disinteressata del 5G lasciando la palla allo Sviluppo Economico come se la questione fosse solo sul diritto d’impresa? Ma soprattutto: è vero che il dicastero della Sanità non ha fornito alcun parere preventivo in materia sanitaria sul wireless di quinta generazione, prima dell’avvio dell’asta pubblica con cui il governo ha incassato 6,5 miliardi di euro dall’industria privata?
Bisognerebbe rispondere a queste domande, ad esempio quando è stata intervistata in prima serata. Le ultime indiscrezioni danno l’Esecutivo pronto ad innalzare i limiti dell’irradiazione elettromagnetica, svilendo pure l’iter amministrativo per le autorizzazioni all’installazione di milioni di nuove antenne, con un emendamento nel dl Semplificazioni (art. 8 Agenda Digitale) al vaglio delle Commissioni Affari Costituzionali e Comunicazioni del Senato.
Non resteremo a guardare: al 1° meeting nazionale Stop 5G di cui sono stato nominato portavoce parteciperanno parlamentari, movimenti politici e società civile consapevole, sindaci, associazioni e comitati di malati. L’appuntamento a Vicovaro (Roma) il 2 marzo, con noi ci sarà Fiorella Belpoggi dell’Istituto Ramazzini, autrice della ricerca più importante al mondo sugli effetti dannosi delle radiofrequenze. L’evento è patrocinato dai medici per l’ambiente di ISDE Italia. Sotto la sigla Stop 5G Italia, rinnoveremo con più forza la nostra richiesta di una sensata moratoria. Non scherziamo sulla pelle dei cittadini, per favore!
FONTE
Ti sei mai chiesto quali potrebbero essere i possibili rischi del 5G?

Ti sei mai chiesto quali potrebbero essere i possibili rischi del 5G?

pollution.news
L’alba della prossima generazione di Internet è alle porte, ma potrebbe non essere una buona cosa. Mentre i sostenitori della rete 5G (quinta generazione) ne stanno cantando le lodi, alcuni esperti hanno sollevato critiche sui potenziali pericoli, che questa nuova tecnologia presenta.
Oltre alle preoccupazioni sulla mancanza, per quanto riguarda il 5G, di test per la valutazione di sicurezza a lungo termine, un certo numero di esperti sta ora mettendo in guardia sul fatto che il 5G potrebbe essere la prima comparsa di armamento psicotronico a onde millimetriche. Mentre il settore [delle comunicazioni] promette velocità fino a 100 volte più rapide rispetto all’attuale rete 4G, quello che non stanno dicendo al pubblico è che stanno anche preparando il terreno per un’invasione tecnologica.
Affinché il 5G funzioni, sarà necessario installare migliaia di nuovi ripetitori e piccole celle [radio]. Le nuove onde millimetriche sono più veloci e potenti, ma non si propagano allo stesso modo. Alcune stime affermano che ci sarà bisogno di un ripetitore per ogni 12 case. Ciò significa che ce ne sarà presto uno praticamente a ogni angolo di strada e le emissioni 5G saranno impossibili da evitare.
Rischi del 5G per la salute
Le radiazioni elettromagnetiche emesse da telefoni cellulari, ripetitori e altri dispositivi sono state a lungo associate a problemi di salute, ma il 5G è pronto a peggiorare le cose. La quantità di radiazione elettromagnetica (EMR) prodotta, non solo aumenterà notevolmente con l’avvento del 5G, ma la maggior parte delle persone ne sarà completamente circondata.
Uno studio finanziato dal governo sulla tecnologia 2G ha scoperto che la radiazione dei telefoni cellulari era collegata a un aumento dei tumori cerebrali e cardiaci. È stato anche osservato un aumento “statisticamente significativo” di danni al muscolo cardiaco. Gli esperti della salute ipotizzano che il 5G sarà una “calamità sanitaria generale”.
Il 5G è stato testato presso una caserma dei pompieri a San Francisco, e diversi pompieri hanno dichiarato di aver subìto molteplici effetti negativi da esposizione. Problemi di memoria e il disorientamento sono stati alcuni dei principali problemi sanitari – e i paramedici hanno detto che i sintomi non sono scomparsi, fino a quando non sono stati trasferiti in nuove caserme. Mal di testa, sangue dal naso, insonnia, aborti e cancro sono alcuni altri effetti nocivi sospetti dell’esposizione alla radiazione 5G.
Sembrerebbe prudente affrontare la prossima generazione di Internet con un po’ più di cautela e uno slancio meno sconsiderato. Ma cosa succede se il 5G non riguardasse solo un Internet più veloce? Alcuni esperti hanno affermato che la corsa verso il 5G non riguarda tanto l’aumento della velocità di Internet, quanto l’inizio delle fasi della tecnologia per il controllo mentale.
Utilizzare le onde millimetriche come arma
Se, o forse “quando”, verrà fatto uso delle onde millimetriche come arma, inizierà l’affermazione dell’armamento psicotronico a onde millimetriche. Come riporta Waking Times, la tecnologia 5G si baserà effettivamente sulle stesse lunghezze d’onda che il Pentagono usa in un’arma per la dispersione della folla.
“L’esercito degli Stati Uniti ha sviluppato un sistema di armi non letali anti-folla, chiamato Active Denial System (ADS). Utilizza le onde millimetriche in radiofrequenza, nell’intervallo di 95 GHz, per penetrare lo strato superiore della pelle di 1/64 di pollice sull’individuo preso di mira, producendo immediatamente una sensazione di riscaldamento intollerabile che fa dileguare”, spiega Waking Times.
È ipotizzato che l’uso militare delle onde millimetriche aprirà la porta alla creazione di armi psicotroniche ed elettromagnetiche, in grado di mirare al sistema nervoso umano. Come visto per l’ADS dell’esercito, queste armi possono produrre una miriade di sensazioni “artificiali” – ma, oltre alla produzione di calore, esiste il potenziale per scopi più insidiosi e sinistri. Trasmettere, tramite EMR, il linguaggio umano nel cervello umano è uno di questi obiettivi sinistri, con gli scienziati che, a quanto si dice, stanno sperimentando l’ipnotismo attraverso le stesse onde millimetriche usate per il 5G.
L’implementazione della rete 5G potrebbe gettare molto bene le basi per un futuro programma di controllo mentale. Se la potenza della rete 5G dovesse cadere nelle mani sbagliate, potrebbe essere facilmente utilizzata contro la gente.

Vicki Batts
21/12/2018

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da NICKAL88
Paradossi, isterismi e follie del vivere su internet.
di Alessandro Montefameglio 
Della Rete conosciamo molti lati oscuri, non solo in senso metaforico. Sono sulla bocca di chiunque si lanci in un’analisi – anche parziale – sull’influenza che ha la Rete sulla nostra esistenza quotidiana. Il bel documentario di Werner Herzog del 2016, Lo and Behold, è stato un po’ il coronamento di questa tendenza: Herzog, con il suo timbro e la totale maestria che conosciamo, dedica persino un capitolo del suo lavoro al dark side della Rete, portando alla ribalta casi di profonda inquietudine e di enorme violenza che hanno avuto, ad esempio, come sola causa l’abuso della libertà e dell’anonimato che si hanno in Rete e che hanno avuto conseguenze nefaste sulla vita di alcuni. Non solo: ci sono stati aspetti ideologici e filosofici che hanno reso meno chiaro l’origine di quel fenomeno millenario che è la Rete o, se vogliamo, aspetti controversi che hanno trasformato radicalmente la quotidianità di chi ha subito conseguenze psicologiche e fisiche infelici dall’utilizzo sbagliato del web. Ma Herzog non ha detto tutto. 
Conosciamo storie sul deep web – il lato oscuro per antonomasia – che ci fanno rabbrividire, dalla diffusione della pornografia infantile, allo smercio fuori controllo di armi e di stupefacenti, alla possibilità di mettersi in contatto con killerdi professione o terroristi, e così via. E di continuo sentiamo la voce di chi parla deglieffetti deleteri che hanno i social sulla nostra esistenza quotidiana, di crisi generazionali, dell’ignoranza che dilaga sul web (di cui già abbiamo parlato). Tutti, bene o male, si appigliano almeno una volta all’epoca del webai tempi della Rete, al dilagare dei social, fa parte dell’abecedario di critica al mondo contemporaneo: è sempre un po’ colpa della Rete se qualcosa va storto.
Ed è vero: tutti questi aspetti sono reali. È vero che vi è violenza (non solo) nei lati oscuri della Rete, è vero che la Rete è fonte non solo di informazione attendibile ma è anche una Babilonia di fake news (con tutte le problematiche sulla verità e la post-verità che conosciamo), di infondatezze e di ignoranza. È vero che la Rete è il regno della pornografia, è vero che è spesso luogo di alienazione e, soprattutto, è vero che chiunque in Rete si inselvatichisce un po’. Quando parliamo di un lato chiaro della Rete non stiamo né negando questi aspetti (semmai il contrario) né vogliamo dare luce a dei controesempi che ottimisticamente ci facciano vedere la Rete in un altro modo, più lindo, più buono, più giusto (controesempi che per giunta esistono). 
Quando parliamo di un lato chiaro della Rete parliamo specificamente di tutti quegli aspetti che riguardano la nostra vita sul web in prima persona, senza anonimato, con la nostra faccia ritratta in un’immagine di profilo, il nostro nome in grassetto, in luoghi che non sono luoghi d’evasione, nascosti, non raccomandati, ma luoghi pubblici, affollati di altrettanti utenti con un’identità conosciuta o almeno conoscibile. Un mondo sì di gufi che spiano dalla serratura della porta, ma in cui le porte non sono chiuse a chiave. Recentemente la Cina è arrivata anche sul lato oscuro della Luna: noi vogliamo fare il viaggio al contrario, vogliamo volgere la nostra attenzione e il nostro desiderio di mistero non ai fenomeni oscuri del web, ma a quello manifesti.
Ma perché fare questo? Perché il rischio di vedere la Rete come una luna perennemente volta dal lato scuro – cosa che di per sé è per giunta impossibile – non ci permette di cogliere alcuni aspetti che sono, almeno, di un certo interesse. Uno di questi riguarda le conseguenze che ha la vita pubblica di un utente non anonimo in Rete su circuiti che, in modo analogo, non sono luoghi anonimi. Se ci pensiamo, c’è un risvolto di medaglia per ciò che riguarda l’inselvatichimento di chi utilizza la Rete, proprio come vi è un risvolto di medaglia laddove la Rete ha permesso l’offuscamento di notizie giornalistiche attendibili con l’ondata delle pericolose fake news. L’esempio lampante sono gli agoni sui social.
Facebook è una cornucopia di battaglie d’ideologia, politiche, di pensiero, un’arena di scontro continua dove la lotta è una lotta che è perlopiù deregolamentata, dove chi scrive si sente autorizzato in virtù del fatto di non essere presente fisicamente all’agone di poter dire la sua con un tono e con delle parole che non userebbe in una conversazione fisica. È luogo d’insulti, spesso gratuiti e spesso tanto violenti da condizionare non solo la psicologia di chi li riceve ma anche la sua immagine pubblica concreta. Sulla Rete si va più di gut feeling, come dicono gli inglesi, d’istinto: ci si sente in qualche modo protetti e quindi si dà sfogo alla propria aggressività e maleducazione. Non solo, ma chiunque in Rete si sente autorizzato a dire la sua, investito di un’autorità intellettuale che altrove magari non avrebbe: ci sentiamo tutti un po’ più saccenti in rete, un po’ più boriosi e pedanti, tanto che Umberto Eco ebbe a dire che il vero danno della Rete è stato quello di aver dato parola anche agli imbecilli.
Eppure c’è un isterismo opposto, nel lato chiaro della Rete, ed è quello del fenomeno specularmente contrario a quello appena descritto. C’è chi utilizza la Rete come sfogo non tanto di una brutalità altrimenti soffocata, ma di un eccesso di correttezza. È la dimensione due volte pubblica della Rete: pubblica perché è immagine di una vita pubblica fuori dalla Rete e ancora pubblica perché crea una seconda vita pubblica nel web, spesso inedita. Insomma, sulla rete si è più corretti di quanto non lo si è un in bar e si è formali talvolta fino a sfiorare il ridicolo o, almeno, la finzione. Che il fenomeno del politicamente corretto che tanto dà nervoso a molti sia un esito (tra le altre cose, naturalmente) di questa rinnovata vita pubblica che si ha in Rete, ci sembra fuori dubbio: ci sentiamo in dovere di essere un po’ più politicamente corretti perché in Rete abbiamo una certa vita pubblica. 
Non solo. Accade che in Rete si senta di dover dimostrare di essere per forza a favore di una politica inclusiva e aperta; si deve mostrare di avere una vita sana ed equilibrata; si deve mostrare cura della propria bellezza e della propria immagine; si deve mostrare gentilezza e formalità; ci si deve mostrare in compagnia del proprio partner cinematograficamente, di fronte al Taj Mahal o davanti a una cena, messi in posa giusto per il click, rinvangando cliché di un romanticismo e di un tradizionalismo perduti; si deve mostrare l’attenzione che si è messa nel cucinare e ci si deve mostrare di fronte a un camino, presi dalla lettura di un libro; ci si deve mostrare nel nostro sorriso più bugiardo e si devono dispensare messaggi e hashtag di gioia, solidarietà, un amore quasi hippiecercando di non offendere né il gentil sesso – isterismo dei sessisti – né altri popoli o culture – isterismo degli antirazzisti – né minoranze né diversi orientamenti sessuali, scadendo talvolta in un buonismo irrimediabile e dannoso o donando prezioso materiale di studio ai sostenitori dell’analfabetismo funzionale.
Pretendere che si comprenda che ostentare ricchezza e felicità sia spesso poco elegante è troppo, ma si dovrebbe riuscire a realizzare almeno che fare quest’uso della propria immagine in Rete sia controproducente per gli scopi di chi lo fa. Sì, perché spesso i contenuti delle anime belle, degli ipercorretti e degli ipersani della Rete sono spesso fatti di fotografie che li ritraggono borghesemente in famiglia, felici di fronte alla propria smart tvo al proprio albero di Natale, a dare lezioni di costume, di vita e di filosofia, per tenere alta l’attenzione dei follower. Ma non è politicamente scorretto nei confronti di chi non ha una smart tv, una famiglia borghese e felice o una casa? Siamo un po’ ironici a adottare questa retorica, certo, ma d’altra parte fin qui si arriva con l’isteria… 
Il primo “selfie”
Una polemica ancora in corso è frutto, ad esempio, di questo quadro: è quella sui fascismi. Dal grido di “fascista!” ai ministri come alle forze dell’ordine, dal bollare come fascismo tutto ciò che si avvicina anche solo lontanamente a un’ideologia che non si dice di sinistra, pseudonazionalista, populista (ma queste sono tutt’altre maniche), vagamente autoritaria o conservatrice: sentiamo di continuo parlare di fascismo pur non essendo in un aula universitaria. Siamo diventati tanto ipersensibili dal gridare di fronte agli allarmi più innocui. Una lotta ai fantasmi della storia per alcuni: più che altro un uso fortemente (e forzatamente) evocativo della storia, tanto semplicistico quanto banalizzante, e una retorica così presente da condizionare intere battaglie elettorali e ideologiche. 
Ci si deve dire antifascisti per forza, insomma, se non si vuole incappare in un degradamento della nostra immagine pubblica, anche in Rete e per via della Rete, e se non lo si fa si è automaticamente degli squadristi. Chiamarlo manicheismo significherebbe dotare questo dibattito di un aura colta che non ha affatto… Però questo è: un dualismo duro e spiazzante, un modo di pensare e di porsi tanto superficiale che non solo è deleterio nei confronti della consapevolezza storica, ottenibile solo tramite uno studio approfondito dei fenomeni storici, ma persino nella lotta – sempre valida, s’intende – a quelli che sono i totalitarismi del mondo. Come si fa a ostacolare un fenomeno fascistico, d’altra parte, se non lo si riconosce davvero?
Michela Murgia
Ma la Rete non vuole approfondimento, non vuole consapevolezza. Si pone al vaglio di una vasta giuria di commentatori e di visitatori la propria immagine, come se gli utenti della Rete si sentissero delle celebrità pubbliche costrette a mantenere perlomeno un certo tenore. Che ciò si traduca poi nella nostra quotidianità è evidente: accade che si finisce col comportarsi fuori come ci si comporta in Rete. Non sempre, certo: molti preferiscono scindere le due vite, altri preferiscono farle coincidere senza disonestà. Ma molti si abituano alla propria immagine web e si fanno difensori del politicamente corretto più sfrenato e dannoso anche nella vita concreta, giusto per non tradire o contraddire il percorso cominciato sul web. Lo so: dire molti, dire alcuni può suonare arrogante e pedante, ma chi sta scrivendo non si sente affatto escluso da questa commedia umana: tenta solo di mettersi nella posizione di osservarla. 
Se non si è convinti di quanto ci siamo resi pubblici in Rete, si provi a conoscere i nomi di chi si guadagna da vivere tramite la loro immagine pubblica sul web e la loro esistenza politicamente corretta, dalle o dagli influencer – si possono modificare le abitudini, le preferenze e le tendenze di migliaia di persone con una decina di foto Instagram – ai vlogger con milioni di seguaci. Non si deve per forza di cose ricorrere al deep web o all’anonimato per parlare di Rete: molto accade alla luce del giorno, con il proprio nome e il proprio volto, fenomeni massicci a cui si accede con due colpi di dita. 
E la controversia piuttosto recente sulla privacy che ha investito il regno Zuckerbergne è la prova: si tenta di porre un freno all’eccessivo statuto pubblico della rete per ritagliarsi luoghi propri, per così dire ad imitazione della condotta umana concreta. Così come intervengono nuove norme e leggi per disciplinare il grande mare del web, la presenza pubblica e non anonima di chi insulta politici e celebrità, di chi fa terrorismo psicologico, di chi odia riparato dall’uscio della propria porta, come se una macchina di Stato pian piano tentasse di striare e di regolamentare un luogo aperto e altrimenti sregolato. E che questo luogo stia modificando il nostro modo d’essere, è innegabile. 

martedì 15 gennaio 2019

Il Dott. Andrew Zimmerman è considerato uno dei migliori neurologi pediatrici al mondo. Ma ha un brutto difetto: quello di dire la verità. E questo difetto gli è costato una avventura che lo ha portato a denunciare il Ministero della Sanità americano per aver perpetrato una frode gigantesca ai danni dei suoi cittadini: aver mentito intenzionalmente sui reali danni causati dai vaccini, deprivando nel contempo oltre 5.000 famiglie da una giusta compensazione per i danni subiti.
Ma andiamo con ordine.
Negli anni 80 il governo americano ha creato un tribunale speciale - popolarmente chiamato "vaccine court", o "tribunale dei vaccini" - il cui compito era quello di esaminare le crescenti denunce dei cittadini americani per presunti danni da vaccino, e di compensare adeguatamente i casi in cui fosse stata riscontrata una correlazione diretta tra vaccinazione e danno subito.
Questo tribunale si ritrovò così, nei primi anni 2000, con un carico di oltre 5000 denunce per presunti danni da vaccino, addebitati alla presenza del Thimerosal (mercurio) nel vaccino trivalente morbillo-parotite- rosolia (MPR).
Di fronte a questa valanga inaspettata di denunce, il tribunale rischiava un esborso potenziale di svariati miliardi di dollari, cosa che ovviamente avrebbe mandato in bancarotta l'intero sistema governativo. A quel punto il tribunale decise che avrebbero dibattuto sei casi "esemplari", presi fra le migliaia di denunce ricevute, stabilendo che la sentenza su questi sei casi avrebbe avuto valore per tutte le denunce, passate e presenti e future, relative ai danni da vaccini col mercurio. In altre parole, la sentenza dei sei casi esaminati avrebbe stabilito anche il destino delle oltre 5000 cause pendenti.
Non è quindi difficile immaginare quanta importanza avesse per il governo americano - che agiva in vece delle case farmaceutiche - riuscire a dimostrare che non vi fosse alcuna correlazione fra mercurio e autismo.
E' qui che entra in scena il dottor Zimmerman, che fu scelto come esperto da parte del governo americano proprio per la sua grande reputazione come neurologo pediatrico. Era considerato uno "star witness", un "testimone stellare".
Il primo caso dibattuto (nel 2007) fu quello di Michelle Cedillo, una bambina che aveva sviluppato l'autismo subito dopo una vaccinazione di MPR. Dopo un lungo dibattimento, nella sua valutazione ufficiale il dottor Zimmerman dichiarò che: “Non esistono basi scientifiche per stabilire una correlazione fra il vaccino MPR o la presenza di mercurio con l'autismo".
Il dottor Zimmerman però temeva di essere "manipolato", e volle chiarire privatamente con gli avvocati del Ministero della Sanità che la sua valutazione era limitata al caso di Michelle Cedillo, ma che lui era convinto che in altri casi esistesse una correlazione diretta fra mercurio e autismo.
Questo avveniva il venerdì. Durante il weekend, il dottor Zimmerman ricevette una telefonata da parte degli avvocati del ministero, i quali gli comunicavano che i suoi servizi non erano più richiesti. Il lunedì seguente avrebbe potuto fare a meno di presentarsi in tribunale, perché il suo posto era stato preso da qualcun altro.
In altre parole, il dottor Zimmerman è stato licenziato in tronco, per evitare che la sua opinione sulla possibile correlazione fra mercurio e autismo potesse entrare a far parte dei documenti ufficiali.
In seguito, a conclusione del processo (che ovviamente "non trovò" nessuna correlazione fra vaccini e autismo), il dottor Zimmerman si rese conto che la sua frase “non esistono basi scientifiche per stabilire una correlazione fra il vaccino MPR o la presenza di mercurio con l'autismo" era stata usata non per il caso specifico, ma come dichiarazione generale che è servita, all'atto pratico, ad annullare in un colpo solo, le giuste richieste di oltre 5000 famiglie che attendevano l'esito di quella sentenza. Oltre che a servire da precedente legale per poter annullare qualunque richiesta futura da parte dei danneggiati da vaccino.
A quel punto il dottor Zimmerman ha contattato Robert Kennedy junior - l'attivista per la sicurezza sui vaccini - il quale gli ha consigliato di fare una dichiarazione giurata, nella quale mettere nero su bianco tutto quello che gli è successo.
Impugnando questa dichiarazione giurata, Robert Kennedy ha fatto richiesta al ministero di giustizia americano perché venga aperta un'inchiesta per frode e ostruzione di giustizia relativa al caso in questione.
Ovviamente, sappiamo già tutti in questa inchiesta non verrà mai aperta. Ma intanto, il caso Zimmerman diventa un altro episodio di una serie sempre più lunga di casi di corruzione e di insabbiamento intenzionale da parte del governo americano, che ovviamente non protegge gli interessi dei propri cittadini, ma quelli delle multinazionali del farmaco.
Massimo Mazzucco
Qui trovate la dichiarazione giurata integrale di Zimmerman
Il caso è stato riproposto di recente in televisione dalla giornalista investigativa Sharyl Attkisson

The Spectator – L’euro è la moneta più disfunzionale che sia mai stata creata

DI HENRY TOUGHA - GENNAIO 14, 2019
Un articolo di Matthew Lynn, uscito sia sullo Spectator americano che su quello britannico, elenca i quattro maggiori risultati, tutti ovviamente negativi, che l’euro (ovvero un sistema irrevocabile di cambi fissi) è riuscito a raggiungere negli ultimi vent’anni anni: la più grave depressione della storia economica mai registrata da quando esistono misure attendibili (in Grecia), la prima economia “post-crescita” del mondo (in Italia, che dopo vent’anni di euro si trova con un’economia inferiore a quando la lira fu sostituita), i più ampi squilibri di credito-debito mai registrati (in Germania) e un sistema bancario in pezzi (in tutta Europa, Germania compresa).


di Matthew Lynn, 04 gennaio 2019

Perfino in rapporto ai suoi stessi standard di auto-satira, Jean-Claude Juncker è stato sorprendente già a capodanno. Mentre stappava l’ultima bottiglia di vino del 2018, il presidente della Commissione europea ha trovato il tempo di sparare un tweet a celebrazione del ventesimo anniversario dell’euro. Secondo Juncker l’euro sarebbe diventato “un simbolo di unità, di sovranità e stabilità”, che ha portato “prosperità e protezione” al popolo europeo.

Su una cosa in effetti Juncker aveva ragione. La moneta unica ha effettivamente compiuto vent’anni questa settimana. Fu lanciata il 1° gennaio del 1999, almeno per le transazioni finanziarie, mentre il contante è entrato in circolazione più tardi. Junker ha avuto ragione anche sul fatto che l’euro ha portato conseguenze significative. Il problema è che queste conseguenze non hanno molto a che vedere con “l’unità” né la “stabilità”, né tanto meno con la “prosperità”. In realtà l’euro è riuscito a centrare quattro obiettivi che la maggior parte degli economisti mainstream avrebbero considerato praticamente impossibili. L’inizio del terzo decennio dell’euro è un buon momento per fare una pausa di riflessione ed elencarli.

Per prima cosa, abbiamo visto la peggiore depressione che sia mai stata registrata. È vero, forse ci sono state battute d’arresto più gravi nel corso della storia, ad esempio la peste nera. Ma da quando si è iniziato a registrare le statistiche economiche in modo attendibile, la peggiore depressione economica che sia mai stata osservata è stata quella della Grecia nell’ultimo decennio. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale pubblicati nel 2018, la Grecia ha avuto una caduta nella produzione più grave di quella degli Stati Uniti durante la Grande Depressione degli anni 30, e più lunga di quest’ultima. Considerato l’avanzamento delle conoscenze macro-economiche da allora ad adesso, e la maggiore comprensione del ruolo della gestione della moneta e della domanda aggregata, quello che abbiamo visto in Grecia è un risultato davvero sbalorditivo.

Secondo punto, l’euro ha creato la prima economia “post-crescita” del mondo. I Verdi continuano a dirci che dovremo svezzarci dalla nostra dipendenza, così infantile e distruttiva per il pianeta, dalla crescita economica. Quindi forse l’euro è stato tutto un ingegnoso complotto ambientalista. Perché? Perché l’Italia è diventata la prima grande economia sviluppata a giungere a una condizione di “post crescita”, con un’economia che al momento presente è inferiore a quella del momento in cui, due decenni fa, la lira fu sostituita con l’euro. Certo, molti italiani non sono molto contenti di questo risultato. Ma bisognava pure che il processo di espansione iniziato con la rivoluzione industriale giungesse a una fine, no?

Inoltre, abbiamo assistito ai più grandi squilibri del mondo. La Cina è una macchina da esportazione, ha i fondi di investimento più sfrenati, e le banche centrali che stampano moneta sono generalmente riconosciute come le principali fonti di instabilità finanziaria nel mondo. Ma il surplus commerciale tedesco, a oltre l’otto percento del PIL nazionale all’anno, conseguenza del fatto che l’euro è [per la Germania, NdT] una moneta perennemente svalutata, è il più grande squilibrio che il mondo abbia mai visto. Il risultato? Ogni anno più di 300 miliardi di dollari devono essere riciclati dal sistema bancario per tenere in piedi l’euro, creando in questo modo un’immensa montagna di debiti e crediti. Si tratta della maggiore faglia attualmente presente nel sistema finanziario globale.

Da ultimo, le banche distrutte. Potreste forse credere che la più forte economia dell’eurozona abbia delle banche solide. Ripensateci. Le azioni della Deutsche Bank sono crollate del 90 per cento nel corso dell’ultimo decennio, e appena prima di Natale la banca ha dovuto negare di avere bisogno di un salvataggio (che è l’equivalente bancario di professare “una fiducia indiscussa nel manager” da parte di una squadra di calcio). Nel frattempo le banche italiane si trascinano di crisi in crisi, così come quelle greche, mentre una moneta costruita solo a metà distrugge i profitti di un’industria che dovrebbe essere una delle fondamenta di un’economia prospera.

La verità è che l’euro è la moneta più disfunzionale che sia mai stata creata: il gold standard degli anni ’30, ma ancora peggio. Con un mix tossico di depressione, crescita stagnante, caos finanziario e disoccupazione di massa, il suo unico vero risultato è stato quello di cancellare un’intera generazione di progresso economico. Jean-Claude Juncker potrà anche avere voglia di brindare, ma è difficile che altri abbiano voglia di unirsi a lui.