Sembra essersi ricomposta la frattura nella compagine di governo che negli ultimi giorni ha catalizzato l’attenzione della cronaca politica. Lo scontro, quasi ideologico, tra Lega e 5 Stelle sul decreto fiscale aveva, infatti, fatto temere un’incrinazione dell’alleanza che regge il governo giallo-verde. Manine e recriminazioni a parte, il documento che è uscito dal Consiglio dei Ministri di sabato scorso ricuce il dissidio e fa chiaramente intendere su quale strada il governo vuole proseguire. Niente scudo fiscale e condono penale per il rientro dei capitali dall’estero, al contrario rimangono lo stralcio delle cartelle esattoriali e il rapporto deficit/pil al 2,4%.
Impossibile non notare come la bilancia politica, in questo caso, si sia spostata in favore dei pentastellati. Del resto, in un matrimonio, se si vuole andare avanti, si devono per forza trovare degli intendimenti anche ingoiando qualche boccone amaro. Insomma tutto è bene quel che finisce bene, verrebbe da dire, anche se grandi dubbi sulla tenuta del governo potevano sorgere solo a chi auspica una caduta di quest’ultimo. Il patto siglato dai due leader, più che dalle forze politiche in questione, è molto più saldo di quello che possa sembrare, del resto, sarebbe impossibile il contrario date le sfide che hanno deciso di intraprendere. Entrambi sanno che tornare al voto senza aver dato vita alle loro promesse elettorali sarebbe un suicidio politico, ergo, almeno fino alle europee e all’entrata in vigore di quota cento e del reddito di cittadinanza non si dovrebbero consumare vere tragedie familiari. Insomma non una crisi ma un confronto per mettere in chiaro alcune cose, banale dialettica politica in una nazione normale. Un qualcosa che l’Italia, non è. Osservati speciali dai mercati e dai burocrati di Bruxelles per le nuove politiche economiche intraprese, non possiamo permetterci di mostraci deboli. Al minimo accenno di dissidio interno alla maggioranza, il ricatto finanziario si fa più forte, aumento degli interessi sui Btp, declassamento di questi ultimi dalle agenzie di rating e tutto il repertorio che purtroppo conosciamo fin troppo bene.
Insomma, come in ogni buona famiglia, i panni sporchi si devono lavare in casa propria; almeno fin quando, la politica italiana non potrà gestire la propria agenda in maniera autonoma.