Un altro intervento del professor Steve Ohana su Le Figaro (dopo quello già quipubblicato) commenta il rifiuto del disegno di bilancio italiano da parte della Commissione. A differenza di quanto accaduto in Grecia, in questa occasione la “fronda populista”  dei paesi periferici – intrappolati tra le politiche deflazionistiche imposte dalle regole europee e la minaccia di un taglio della liquidità da parte della BCE – è guidata da un paese come l’Italia, dice Ohana, che da un lato rappresenta il più importante mercato obbligazionario europeo e dall’altro appare attrezzata  a sostenere la sfida e a reagire, avendo alle spalle una annosa e approfondita riflessione sulle problematiche dell’eurozona. La Commissione si trova a dover contrastare frontalmente questa consapevole e aperta minaccia alle politiche liberiste che ne costituiscono la stessa ragion d’essere, ma così facendo il gioco si fa duro e la posta in gioco è la sopravvivenza stessa dell’eurozona. 



FIGAROVOX / TRIBUNE, 26 ottobre 2018 – Per Steve Ohana, vi è un alto rischio che il rifiuto del bilancio italiano da parte della Commissione spinga il governo italiano a misure sempre più ostili a Bruxelles.

Steve Ohana è professore di finanza presso l’ESCP Europe, storica e prestigiosa business school di Parigi.

Lo scorso martedì la Commissione europea ha respinto ufficialmente il progetto di bilancio presentato dal governo italiano per il 2019.

Primo rifiuto di bilancio nella storia dell’Unione europea, esso riflette il dilemma irrisolvibile di molti paesi dell’UE, in particolare quelli dell’Europa meridionale. Da un lato, l’applicazione coscienziosa dei trattati europei li blocca nella trappola deflazionistica della crescita debole e del sovraindebitamento. D’altra parte, nemmeno uno scontro troppo frontale sulle regole europee offre la possibilità di un esito favorevole a uno Stato che non emette il debito nella propria valuta, perché, in quel caso, le autorità europee sono in grado di farlo capitolare consegnando le sue banche e il suo governo alla vendetta dei mercati.

Alcuni governi hanno tentato una strada intermedia negoziando con la Commissione per ottenere una certa flessibilità nell’applicazione delle norme comunitarie (senza peraltro poter tornare alla piena occupazione e alla solvibilità). Se negli ultimi anni la Commissione si è dimostrata flessibile nell’applicazione del patto di stabilità con i governi di paesi come Francia, Italia, Portogallo o Spagna, è probabilmente perché i governi in questione hanno mostrato di avere le carte in regola su ciò che non era iscritto in bilancio (in particolare le cosiddette “riforme strutturali” riguardanti il ​​mercato del lavoro, il sistema pensionistico, ecc.). Ma è anche perché hanno saputo essere discreti e mantenere un profilo basso nei loro negoziati con la Commissione. In breve, la maggior parte dei leader politici europei, più o meno apertamente, condivideva l’idea che le regole fossero illegittime sul piano democratico ed economicamente inefficienti.

Ad esempio, l’attuale commissario europeo per gli affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, già ministro delle finanze di François Hollande, in un’intervista concessa al New York Times nel 2013 ammise che i governi “democraticamente eletti” dovevano “difendere la propria visione” di fronte alla “ortodossia neoliberale” della Commissione … Tuttavia, i leader europei ritenevano allo stesso tempo che fosse comunque necessario mantenere l’apparenza del rispetto delle regole, al fine di non svelare apertamente l’inettitudine dell’ordine tecnico-giuridico europeo, una rivelazione che avrebbe potuto giovare al “populismo” e ai “nazionalismi” e suonare la campana a morto del “progetto europeo“. Forse questa commedia veniva recitata nella speranza che un giorno i governi dei diversi paesi europei avrebbero finito per accettare di modificare queste regole in una direzione più sostenibile o di completare l’unione monetaria attraverso un’unione bancaria e fiscale reale … Un sogno di un “salto federale dell’UE” ripetutamente portato avanti dai leader centristi europei (da François Hollande a Emmanuel Macron, passando per Matteo Renzi), e che non si è mai realizzato …

L’episodio della Grecia dell’estate 2015 è stato il primo tentativo, consapevolmente rivendicato, di far esplodere le austere catene legali dell’Unione Europea. Conosciamo il risultato: il primo ministro greco Alexis Tsipras ha optato per la capitolazione alle richieste della troika e la principale figura che contestava le regole, il ministro delle finanze greco Yannis Varoufakis, è stato costretto a farsi da parte in favore di posizioni più concilianti.

L’avvento al potere della coalizione italiana M5S / Lega nel maggio 2018 ha segnato una nuova svolta in questa fronda dei popoli europei contro l’edificio tecnico-giuridico europeo. La terza più grande economia della zona euro, che rappresenta il più grande mercato obbligazionario europeo, si è messa alla guida della rivolta contro le regole di governance europee. Come ha implicitamente ammesso Pierre Moscovici martedì scorso, l’aspetto più inquietante dell’atteggiamento italiano non è la trasgressione in sé (che non è così “eccezionale“, come dichiarato dalla Commissione rispetto ad altri paesi), ma il il modo in cui i leader politici italiani, e in particolare il leader della lega Matteo Salvini, “sostengono” e “rivendicano” questa trasgressione invece di provarne imbarazzo. È anche il fatto che la trasgressione non riguarda semplicemente il bilancio, ma praticamente mette in discussione tutta l’ortodossia economica promossa dalle istituzioni europee per trent’anni (mercato del lavoro flessibile, riforma delle pensioni, privatizzazione delle infrastrutture, ecc.) oltre alle norme europee sull’accoglienza dei migranti. Quindi in questa fronda si annida una minaccia esistenziale per l’UE, tanto più che Salvini ora manifesta l’ambizione di mettersi a capo della nuova Commissione europea dopo le elezioni europee di maggio 2019, con l’obiettivo di rifondare le regole UE e restituire gran parte della sovranità agli Stati

È quindi in corso una vera e propria guerra tra l’UE e la nuova coalizione italiana. Potrà anche esserci qualche tregua, ma non potrà esserci che un solo vincitore.

Il rifiuto del disegno di bilancio italiano da parte della Commissione è un passo cruciale in questo scontro perché, per la prima volta, è in gioco la stabilità finanziaria mondiale. Molti elementi importanti distinguono questa crisi da quella tra la Grecia e i suoi creditori nel 2015.

Da un lato, il debito pubblico italiano, che ammonta a poco meno di 2500 miliardi di euro, è quasi otto volte più grande del debito greco. Inoltre, è ampiamente presente nelle attività di banche, assicuratori e fondi di investimento (mentre quando è scoppiata la crisi greca nel 2015 il debito greco era detenuto principalmente da istituzioni pubbliche). Ricordiamo a titolo di confronto che il debito di Lehman Brothers al momento del suo fallimento ammontava “soltanto” a 600 miliardi di dollari … Un default dell’Italia sul proprio debito (tramite, ad esempio, la sua ridenominazione in lire) metterebbe in ginocchio il sistema bancario europeo, già molto debole e interconnesso. I margini di manovra degli attori pubblici saranno più ristretti rispetto alla crisi dei mutui subprime e dei debiti dei paesi periferici, in un contesto di cooperazione debole – o persino di sfiducia – sulla scena internazionale, di indebitamento pubblico già elevato e di stanchezza rispetto all’attivismo delle banche centrali.

D’altra parte, mentre il governo Tsipras era composto da leader fondamentalmente “pro-europei” e animati dal desiderio di “riformare l’euro” (e quindi privi di un “Piano B” di uscita dalla zona euro in caso il fallimento del loro “Piano A“), la coalizione italiana è composta da leader che sono allo stesso tempo molto più “euroscettici” e probabilmente molto meglio attrezzati intellettualmente rispetto al governo Tsipras su un eventuale “Piano B“. Gli economisti Paolo Savona, Claudio Borghi e Alberto Bagnai, che ricoprono posizioni chiave nel governo e nel Parlamento italiano, hanno già fatto una riflessione approfondita sul tema dell’euro, evocando già da molti anni la necessità per l’Italia di prepararsi a un’uscita. Salvini non nascondeva il suo desiderio di uscire dall’euro prima di assumere responsabilità di governo. La critica dell’euro fa anche parte del DNA del Movimento Cinque Stelle, attraverso le posizioni del suo fondatore, Beppe Grillo, fortemente euroscettico. Il primo progetto di coalizione redatto da Salvini e Di Maio, che era trapelato sulla stampa, faceva esplicita menzione di un “meccanismo di uscita dall’euro” nel caso si manifestasse una “chiara volontà popolare” in questo senso. Ricordiamo anche il riferimento ai “mini-bot“, una “moneta fiscale” parallela all’euro che se necessario potrebbe essere emessa dal governo.

Le dichiarazioni rassicuranti del governo italiano che affermano “l’assenza di un piano B” e la “volontà di restare nell’euro” non dovrebbero essere prese alla lettera, ma piuttosto come un’arma tattica usata da questo governo a servizio di una strategia a lungo termine che non è stata ancora rivelata. La coalizione attualmente non dispone di una maggioranza favorevole ad un’uscita “secca” dall’euro, ma si sforza, a volte in modo contraddittorio, di mettere il più possibile in discussione le norme europee (basandosi sul mandato democratico conferitogli dal popolo italiano), cercando di attribuire alle autorità europee le responsabilità per la crescita dello spread.

Giovanni Tria, il ministro italiano dell’economia, ha dichiarato che se lo spread Italia-Germania arrivasse al 4% (oggi è circa al 3,2%), allora il bilancio dovrebbe essere rivisto in linea con le richieste della Commissione (dichiarazioni riportate dalla stampa, ma che in realtà non risultano confermate da nessuna fonte ufficiale, ndt). Da parte sua, Giancarlo Giorgetti, vicino a Salvini, ha appena dichiarato che il superamento della soglia del 4% innescherebbe automaticamente una ricapitalizzazione delle banche italiane (a causa della loro elevata esposizione al debito sovrano nazionale, che deve essere registrato nel loro bilancio al valore di mercato). La prima dichiarazione invita la Commissione europea ad esercitare la massima pressione sull’Italia al fine di far aumentare lo spread fino al 4% e far così capitolare la coalizione italiana. Questa è precisamente la strategia in fase di attuazione da parte della Commissione. D’altro canto, la dichiarazione di Giorgetti è molto più difficile da interpretare. Se la ricapitalizzazione venisse fatta nel quadro della zona euro, rischierebbe di innescare una corsa agli sportelli (“bank run“) da parte dei creditori e depositanti delle banche nel momento in cui la soglia del 4% venisse superata. In effetti, secondo le regole dell ‘”Unione bancaria europea“, la ricapitalizzazione di una banca in difficoltà da parte del “Meccanismo di risoluzione unico” richiede di imputare le perdite ai depositanti e ai creditori della banca in questione. Questo evento di “forza maggiore” potrebbe quindi indurre il governo italiano a tirar fuori l’ipotetico “Piano B“, volto a ricapitalizzare il proprio sistema bancario emettendo una propria valuta.

A quanto è possibile capire, le intenzioni del governo italiano sono molto difficili da interpretare e non è escluso che il fine ultimo della manovra sia quello di mettere la Commissione in trappola, consentendole di provocare una situazione di crisi e quindi innescando la messa in atto di un piano di uscita del quale la Commissione porterebbe la piena responsabilità.

In questo contesto, il gioco della Commissione appare estremamente avventuroso. Il “successo” della troika di fronte alla fronda greca dell’estate 2015 la sta forse inducendo a commettere un grave errore di valutazione sulle intenzioni italiane. Questa scommessa potrebbe avere conseguenze incalcolabili per i popoli che si trovano ostaggio di questo scontro.