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martedì 25 febbraio 2020

 

In questi giorni di panico generalizzato si parla molto dell’influenza che ha la televisione sui nostri comportamenti. È evidente a tutti che se in televisione si parla insistentemente di un certo argomento, quello diventa automaticamente l’argomento più importante nella mente dei cittadini.
Se in televisione si parla costantemente di virus, di contagio e di persone in quarantena, è chiaro che la gente corre dappertutto a cercare mascherine e saccheggia i supermercati per prepararsi ad una eventuale prigionia in casa propria.
Una riprova di questo la si può avere facendo un semplice “test al contrario”: fino alla scorsa settimana, i telegiornali ci martellavano il cervello con le crisi isteriche di Renzi. Renzi era dappertutto: esco dal governo, non esco dal governo, faccio la crisi, faccio soltanto mezza crisi, ne parlo ma non la faccio, eccetera eccetera. E naturalmente gli italiani si preoccupavano di quello: oh Dio, Renzi farà la crisi? Renzi non la farà? Renzi la farà solo metà? Ora che è arrivato il coronavirus, Renzi ha perso le prime pagine dei telegiornali, e di colpo il problema non esiste più. (Almeno un piccolo regalo questo coronavirus ce l’ha fatto).
Questa è la dimostrazione palese che sono loro a decidere di cosa dobbiamo preoccuparci e di cosa no. Giustamente, qualcuno li chiama “i padroni del discorso”.
Qui però si apre il vero quesito: questi “padroni del discorso” sono dei signori in carne ed ossa, con un nome ed un cognome precisi, oppure c’è qualcosa di più sottile che determina questa dinamica di controllo mentale della popolazione?
Nella prima ipotesi ci sono dei signori con nome e cognome, che ogni mattina alzano un telefono e mandano i loro diktat alle redazioni di tutti i telegiornali. “Mi raccomando, oggi parlate insistentemente di X e di Y, ed evitate invece assolutamente di parlare di Z. Casomai se proprio dovete accennare a Z, relegatelo ad una notiziola negli ultimi minuti del telegiornale”.
Questa è la dinamica che viene più facile da immaginare quando si pensa ai padroni del discorso. C’è qualcuno che decide, qualcuno che esegue, e un’intera nazione che subisce queste decisioni.
Ma c’è anche un’altra ipotesi, come dicevo, più sottile e meno grossolana. Ovvero che questi meccanismi entrino in funzione da soli, automaticamente, senza che nessun “grande vecchio” debba impartire ogni mattina ordini di alcun tipo.
In fondo, è lo stesso sistema televisivo che si basa su un meccanismo molto semplice per sopravvivere: essendo i costi della televisione altissimi, per sopravvivere la televisione ha bisogno di pubblicità. E per ottenere pubblicità, devi avere i numeri dell’audience. Se poche persone ti guardano, la pubblicità sarà vista da poche persone, e quindi i tuoi spazi pubblicitari porteranno a casa cifre insufficienti. Se fai trasmissioni di grande successo, come quelle di Barbara d’Urso, avrai delle audience altissime, e gli spazi pubblicitari al loro interno varranno oro.
Lo ripeto, la televisione è un meccanismo molto semplice. Si basa sulla ricerca dell’audience, e pur di ottenere l’audience vale assolutamente tutto. Naturalmente, i direttori di rete e i direttori di testata non vengono scelti in base a delle particolari qualità personali, come la cultura o il senso di responsabilità sociale, ma vengono scelti per la loro capacità (intuito) di individuare le formule e i format vincenti per portare a casa la massima audience possibile con i loro programmi.
Naturalmente, la competizione fra le varie reti televisive - e anche la competizione all’interno delle stesse reti televisive – è feroce. Il direttore di rete o il direttore di un programma valgono solo ed esclusivamente in base ai numeri di audience che riescono a fare.
A riprova di questa ricerca esasperata dell’audience abbiamo l’ultimo festival di Sanremo. I titoli dei giornali non parlavano di “chi ha cantato” o di “come ha cantato”, ma parlavano principalmente del grande successo di share da parte della Rai. La vera notizia che ci resta di questo Sanremo è che il festival ha raggiunto il 52% degli ascolti (io il vincitore manco me lo ricordo).

Ecco quindi che sono gli stessi direttori di rete, gli stessi preparatori dei palinsesti e gli stessi direttori dei programmi e dei telegiornali a vivere costantemente con l’incubo di portare a casa il massimo di audience possibile. Altrimenti il loro posto rischia di saltare.
Ora, provate a mettervi dalla testa di un direttore di telegiornale qualunque. Vi svegliate ogni mattina, e la vostra prima preoccupazione è “quali notizie posso dare oggi?” È chiaro che quando c’è in giro un evento come il coronavirus non c’è nemmeno discussione. Butti Renzi nel cesso in due minuti, e ti lanci a corpo morto sulla nuova pandemia. Quanti sono gli appestati? Dove sono localizzati? Quanto rischio c’è per le zone confinanti? E di chi è la colpa? Perché non abbiamo potuto prevenirlo? Eccetera eccetera. È chiaro che una volta che hai addentato l’osso continui a masticarlo finché non lo hai spolpato del tutto. Ogni minuto di televisione che riesci a mandare in onda su un argomento di questo genere è un minuto che vale oro dal punto di vista dell’audience.
Quella del giornalista diventa rapidamente una ricerca morbosa di qualunque cosa che possa tenere incollato allo schermo lo spettatore. E come tutti sappiamo non c’è nulla di più potente della paura per attrarre l’attenzione di chiunque.
Siamo quindi di fronte non a un “grande vecchio” che decide ogni mattina di cosa parlare, ma di un sistema stesso che è stato costruito in modo tale da non poter che dare all’infinito lo stesso risultato.
Pensate, in fondo, che meraviglia: aver creato una macchina che controlla la popolazione, senza che vi sia nessuno di particolare che la gestisce. È la macchina stessa, proprio per come è costruita, che porterà inevitabilmente sempre allo stesso risultato.
Potrai cambiare all’infinito le persone al suo interno, ma la macchina rimane identica a se stessa, e continuerà a funzionare perfettamente indipendentemente da chi vada ad abitare, in un periodo nell’altro, le sue stanze di comando.
Questa è la vera schiavitù: non siamo schiavi delle persone, ma del sistema stesso che abbiamo costruito.
Massimo Mazzucco

venerdì 21 febbraio 2020

La malattia non è nel corpo, è nella mente! - La vita prima di essere sana deve essere felice.
La vita prima di essere sana deve essere felicevia Cerchio nel grano - blogSvetlana Kasina scrive: SE SOLO SAPESTE ..."Se solo sapeste quanti amici che conducevano una "vita sana" ho visto morire"... Lo dice una viaggiatrice, pittrice e fotografa russa, Svetlana Kasina. 20 anni fa ha lasciato una grande città per trasferirsi nelle montagne di Altaj, in una casetta senza l'acqua, senza servizi igienici riscaldati e spesso anche senza l'elettricità. Non se n'è mai pentita. "La natura ha tutto perché noi siamo felici".La sua affermazione è: "La vita prima di essere sana deve essere felice."E scrive:1. Le malattie arrivano non perché ci sono problemi dell'ambiente, l'acqua è sporca, il cibo è di plastica e noi facciamo una vita sedentaria.Credetemi, il nostro organismo è una macchina ideale capace di adattarsi a qualsiasi ambiente e ciboNoi paesani ormai non possiamo mangiare il vostro cibo fatto di semilavorati, bere la vostra acqua e respirare la vostra aria. Ma non perché è roba sporca, è soltanto diversa, non ci siamo abituati. Noi ci siamo adattati al nostro ambiente, ma voi non sopportate bene l'aria d'alta quota e la nostra acqua di sorgente. Non è questo il problema; anche in montagna la gente si ammala e in città c'è gente che vive a lungo.2. Se una persona vive in armonia con la natura, prega, recita i mantra, medita e porta i capelli acconciati per somigliare a Gesù o alla dea Kali, e in più, fa delle donazioni agli orfanotrofi, questo non vuol dire che potrà vivere 200 anni e morirà in salute. 
Sapeste quanta gente ho seppellito, tutta gente che conduceva una vita sana. Non fumavano, non bevevano, non bestemmiavano... tutti morti di cancro,Lo sapete perché ci si ammala? Lasciate perdere le parole "vietato", "dieta, "peccato".Queste non allungheranno la vostra vita, perché la malattia non è nel corpo, è nella testa.
CERCATE DI VIVERE TRAENDO PIACERE DALLA VITA. FATE CIO' CHE VI RENDE FELICI!Quindi: - Imparate a mangiare ciò che vi piace e non ciò che è salutare, ma mangiate e non vi abbuffate.
Non riuscite a smettere di fumare? Non lo fate. Ma fumate con piacere e non con i rimorsiNon si deve smettere di fumare, occorre non volere fumare, perché i divieti fanno l'effetto paradosso.
Lasciate il lavoro che non vi piace, oppure imparate a goderlo, qualsiasi esso sia.
Lasciate perdere le mode dell'epoca, non indossate le maschere dell'apparente spiritualità. Quelle dei muri con i mandala o i simboli di yin e yang e le citazioni dei guru. Siate ciò che siete: persone normali con le carie, con i bruciori di stomaco, con la suocera o con un amore infelice.
- Fate ciò che avreste voluto fare da piccoli: suonate la chitarra, il piano... imparate a dipingere ad acquerello, e fare la ceramica. Non esistono persone senza talenti, credetemi. Non accumulate i sogni che poi vanno in decomposizione!
- Vi piace la solitudine? Isolatevi, con il massimo piacere. Avete paura della solitudine? Cercate la compagnia.
- Cercate e trovate la gioia in tutte le cose. Anche dove non esiste, apparentemente.
IMPORTANTE: IL MODO DI VIVERE NON DEVE ESSERE SANO, DEVE ESSERE FELICE!Volete conoscere il mistero del senso della vita? Eccolo: la vita non ha senso. C'è soltanto la vita. La mattina, il pomeriggio, la sera, la notte, e di nuovo la mattina. C'è il pianeta, esistono le persone, gli animali e le piante. Ci sono i giorni feriali e quelli festivi. C'è la gioia e la disgrazia. E c'è la morte, che può venire a qualsiasi età. Credete di avere tempo per vivere i sogni altrui, le idee imposte e le norme sociali?Cercate di vivere con piacere, con gioia, senza impedire di gioire a nessuno. Ma se vi fa piacere cercare il senso della vita, sappiate che sta nella gioia.Questo non significa che cercare qualcosa è un male. Se vi fa piacere farlo, fatelo.Vi prego, non dimenticatelo: la felicità non vive nelle città o in campagna, sta nella testa. 
Viviate con piacere e non confrontate la vostra felicità con quella degli altri. La vostra felicità non potrà essere compresa dagli altri.E se la gente non cercasse il confronto tra le felicità, i valori e le religioni, non esisterebbero le guerre."(Svetlana Kasina)http://cerchionelgrano.blogspot.com/2019/06/la-vita-prima-di-essere-sana-deve.html
Se ne era già parlato anche quì:Prevenzione, malattia e salute! parte 3: la salute non è assenza di malattia… è una scelta!
L’alimentazione conta, ma la salute è soprattutto una questione mentale.LA MALATTIA NASCE DAL MODO IN CUI VIVI LA TUA VITALe emozioni ci fanno davvero ammalare?Dietro ad ogni malattiaShock emozionali decisivi nell'insorgenza tumoraleIl corpo somatizza quello che il nostro inconscio tace
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martedì 18 febbraio 2020


Fake News, Disinformazione e il Nuovo Ministero della Veritá
di Federico Nicola Pecchini

Sono tempi difficili per la veritá. Offesa, derisa e bistrattata da ogni parte sembra ormai irriconoscibile. Non è un caso che molti sociologi si siano affrettati a designare quella in corso come l’era della post-veritá.
Giá a partire dal secolo scorso, le élite intellettuali d’occidente si sono cimentate in una vera e propria demolizione controllata della veritá. Heisenberg, con il principio di indeterminazione, e prima ancora Einstein, con la teoria della relativitá, ne avevano ribaltato le fondamenta ontologiche. Nel dopoguerra è stato il turno di decostruzionismo, postmodernismo e relativismo, correnti che hanno contribuito a minarne le basi epistemologiche. Il risultato oggi è di un nichilismo dilagante. La veritá (e quindi i valori) non esistono piú. Esistono solo interpretazioni, punti di vista. E nessuno di essi puó considerarsi privilegiato o migliore degli altri. Siamo perció costretti alla dittatura dell’opinione, dove l’unica cosa che conta è l’opinione della maggioranza. Non era forse questo il senso della democrazia? Ma in fondo la questione è molto piú antica. Mi torna in mente Ponzio Pilato: “Che cos’è la veritá?” - aveva chiesto a Gesú il governatore, con una punta di sarcasmo, prima di rivolgersi alla folla inferocita.
Senza impantanarci nel magma filosofico, torniamo ad oggi.
Quello a cui stiamo assistendo, a livello globale, non è niente meno che un crollo della fiducia nelle istituzioni. Secondo uno studio del 2017 condotto da Edelman, la credibilitá di governi, media, business e perfino ONG è in caduta libera. In tre quarti del mondo i cittadini non credono piú ai propri governi. Negli Stati Uniti, la perdita di fiducia dopo la morte di Kennedy è stata drammatica, e tocca ormai l’80% della popolazione.
Il sistema si è inceppato”, ha concluso Edelman, mostrando come in diciannove paesi dei ventotto testati, la maggioranza della gente ritenga che il “sistema” non funzioni più nel suo complesso. In altre parole, la crescente sfiducia nelle istituzioni, esacerbata dalla crisi economica, si è tramutata in un senso di scetticismo generale.
In Italia la situazione non è diversa. Per il rapporto Censis 2019, la parola chiave che riassume l’umore del Belpaese è “incertezza”. Per Demos, la fiducia degli italiani nei confronti dello stato si attesta al 22%, verso le banche al 19%, verso i partiti addirittura al 9%. Secondo Eurispes 2020meno del 15% dei cittadini ha fiducia nel sistema istituzionale del nostro paese. Sono dati che devono far riflettere.
Cresce la diffidenza anche nei confronti della scienza. Uno studio americano del 2017 ha trovato che solo il 35% degli intervistati aveva “molta fiducia” negli scienziati, mentre il numero di quelli che non ne aveva affatto era raddoppiato dal 2013 e rappresentava ormai il 10% della popolazione. Un trend preoccupante che ha spinto Tom Nichols, ricercatore dell’Universitá di Harvard, a pubblicare un libro intitolato “La conoscenza e i suoi nemici. L'era dell'incompetenza e i rischi per la democrazia” (Luiss, 2018). Facendosi portavoce del sentimento di molti colleghi e dell’establishment accademico in generale, Nichols ha denunciato come irresponsabile la deriva populista ed anti-intellettuale che discredita “gli esperti” a favore dell’uomo comune. Tra le cause principali individua proprio l’ascesa di internet e dei social network, colpevoli a suo parere di promuovere una sorta di egualitarismo narcisistico e disinformato dove ogni opinione ha lo stesso valore.
Se pure “gli esperti” non hanno tutti i torti, scaricare ogni responsabilitá sulla stupiditá della gente è ugualmente irresponsabile. Una ricerca del 2005aveva trovato che la maggior parte dei risultati pubblicati su riviste scientifiche si sono poi rivelati falsi. Nel 2009 la ricercatrice di Harvard Dr. Marcia Angell, ex-editrice del prestigioso New England Journal of Medicine, aveva dichiaratoche “non è più possibile credere alla maggior parte degli studi clinici pubblicati, o fidarsi del giudizio di medici famosi e delle direttive mediche piú autorevoli”. Nel 2015, niente meno che l’editore capo della rivista medica piú famosa al mondo, The Lancetaveva rincarato la dose: “Il caso contro la scienza è semplice: gran parte della letteratura scientifica, forse persino la metà, potrebbe essere semplicemente falsa.” Infine, un articolo del 2017pubblicato sul British Medical Journal ha dimostrato come la maggior parte delle piú importanti riviste biomediche ricevano ingenti finanziamenti dalle case farmaceutiche, in alcuni casi di centinaia di migliaia di dollari l’anno.
Non è quindi casuale che un crescente numero di persone in tutto il mondo diffidino della parola degli esperti, e preferiscano piuttosto affidarsi a soluzioni fai-da-te, sia nel caso della medicina sia piú in generale per quanto riguarda l’accesso alle informazioni. È indubbio infatti che l’impatto sociale e politico del cosiddetto “quinto potere” — quello che comprende blogosfera, informazione alternativa e social media — sia uno dei tratti piú caratteristici e rilevanti, nel bene e nel male, di questo primo scorcio di ventunesimo secolo.

Fake News

È in questo contesto che, durante le presidenziali USA del 2016, è esploso il fenomeno delle fake news. I candidati erano il repubblicano Donald Trump e la democratica Hillary Clinton. Trump condusse una campagna dai toni marcatamente populisti ed anti-establishment. I media tradizionali si schierarono apertamente contro Trump, tacciandolo di fascismo e misoginia. Ma una serie di rivelazioni, specialmente quelle pubblicate da Wikileaks sulle irregolaritá commesse dal DNC (Comitato Nazionale Democratico), fecero pendere l’ago della bilancia a favore del controverso candidato repubblicano.
Dopo la sconfitta elettorale, Hillary Clinton e i Democratici lanciarono un feroce attacco contro l’informazione alternativa, colpevole a dir loro di propagare notizie false che avrebbero favorito Trump e, fatto ancor piú grave, di essere sostanzialmente strumenti della propaganda russa.
I media americani diedero ampio risalto alle accuse, scatenando una vera e propria caccia alle streghe contro l’informazione alternativa. Nel 2017, l’FBI aprí un’inchiesta ufficiale sulle presunte collusioni di Trump con la Russia, mirando all’impeachment del presidente eletto. Dopo due anni di indagini e di continui colpi di scena, il “Russiagate” si è peró rivelato un buco dell’acqua. Nella relazione finale al congresso, pubblicata lo scorso aprile, il procuratore incaricato Muller ha dovuto ammettere che “l’investigazione non ha potuto stabilire alcuna coordinazione o cospirazione tra i membri della campagna Trump ed il governo russo riguardo ad attivitá di interferenza elettorale.”
Non solo. Successive investigazioni interne sulle origini dell’inchiesta hanno rivelato sinistre collusioni tra politica e servizi. Ad esempio si è scoperto che i Democratici avevano segretamente finanziato la stesura del “dossier Steele”, uno dei principali capi d’accusa contro Trump redatto dall’ex agente segreto del MI6, Christopher Steele. L’FBI aveva incontrato gli avvocati del DNC poche settimane prima delle elezioni e aveva quindi buone ragioni per sospettare di tali finanziamenti, eppure non ne fece menzione al tribunale FISA quando chiese di ottenere un mandato di sorveglianza sul braccio destro di Trump, Carter Page.
Durante l’intera vicenda Trump e i suoi sostenitori si sono ovviamente difesi, rimandando al mittente le accuse di fake news. Il risultato è che la gente non sa piú a chi credere. La vittima principale è proprio la veritá, coperta da un’impenetrabile nebbia di menzogne e di isteria collettiva. Il popolo si scopre sempre piú arrabbiato, tradito, confuso. E questo è lo scenario ideale per aspiranti dittatori (che spesso si rivelano nient’altro che opposizione controllata dalle stesse élite che attaccano), i quali approfittano del caos generale per imporsi con retoriche populiste.

Disinformazione

È ormai cosa nota come i governi occidentali abbiano avviato da anni un programma globale di sorveglianza di massa senza restrizioni. Questo vuol dire che agenzie governative come l’NSA hanno oggi libero accesso ai dati telefonici, satellitari ed internet di intere popolazioni. Il programma era rimasto segreto fino al 2013, quando Edward Snowden, un impiegato della CIA, divulgó al mondo migliaia di documenti riservati che mostravano l’enorme mole di dati raccolti dal sistema PRISM.
Ma le rivelazioni di Snowden non si limitavano al programma di sorveglianza. Glenn Greenwald, uno dei giornalisti a cui furono affidati i documenti segreti, ha pubblicato una serie di articoli dove risulta come i servizi d’intelligence occidentali siano attivamente impegnati nell’infiltrare e manipolare le conversazioni online, attraverso tattiche che vanno dal propagare menzogne create ad hoc fino al distruggere la reputazione di individui indesiderabili. La cosa piú preoccupante, spiega Greenwald, è che le persone prese di mira non sono soltanto pericolosi terroristi che minacciano la sicurezza nazionale, ma anche semplici attivisti politici senza alcun precedente penale, che in teoria sarebbero protetti dal Primo Emendamento (che garantisce la libertá di parola e di stampa).
La disinformazione di stato, cioè la pratica di infiltrare gruppi dissidenti e diffondere informazioni false al fine di screditarli, manipolando cosí l’opinione pubblica, è stata per lungo tempo fonte di dibattito. Nel 2008, Cass Sunstein — professore di giurisprudenza ad Harvard e direttore dell’Ufficio Informazioni ed Attivitá Normative sotto la presidenza Obama — pubblicó un controverso articolo intitolato “Teorie del Complotto”, dove si evidenziavano i rischi derivanti dal diffondersi di teorie in aperta contraddizione con la narrativa ufficiale, e si proponevano strategie per arginarle. “Possiamo facilmente immaginare una serie di possibili risposte,” scriveva Sunstein: “(1) Il governo potrebbe vietare le teorie del complotto. (2) Il governo potrebbe introdurre una specie di tassa, pecuniaria o d’altro tipo, a chi diffonda tali teorie. (3) Il governo potrebbe impegnarsi a controbattere le teorie del complotto, adducendo argomenti per screditarle. (4) Il governo potrebbe formalmente ingaggiare soggetti privati credibili affinché si impegnino in un’opera di contro-informazione. (5) Il governo potrebbe intraprendere una comunicazione informale con tali soggetti, ed invitarli a collaborare.”
L’idea di Sunstein è che il governo debba intraprendere “un’infiltrazione cognitiva dei gruppi estremisti”, “il che comporterebbe un mix di (3), (4) e (5)”. Nello specifico, proponeva che “Agenti governativi (e i loro alleati) potessero infiltrarsi nelle chat room, nei social network e perfino tra gruppi di persone in carne e ossa con l’obiettivo di ostacolare la propagazione delle teorie complottistiche, sollevando dubbi sulle loro premesse fattuali, la loro logica causale o le loro implicazioni politiche.” È bene sottolineare come Sunstein si riferisca a tutti coloro che promuovono teorie per cui il governo americano è responsabile o complice degli attentati alle Torri Gemelle come “gruppi estremisti”.
Grazie ai documenti diffusi da Snowden, abbiamo oggi le prove di come almeno un governo occidentale (quello inglese) abbia davvero messo in atto queste tecniche di disinformazione. Purtroppo peró, sembra che tali tecniche non si siano rivelate particolarmente efficaci nel combattere il complottismo. Riguardo all’11 Settembre, ad esempio, uno studio del 2016 ha trovato che la maggioranza degli americani (54.3%) è convinto che il governo stia nascondendo la veritá. Quasi il 50% crede lo stesso sul caso Kennedy, il 42% sul riscaldamento globale, il 30% sull’origine dell’AIDS, il 24% sull’allunaggio. Ma il complottismo è un fenomeno globale, sebbene piú diffuso nei paesi ricchi. Uno studio condotto nel 2018 ha rilevato che l’Europa è il continente piú scettico riguardo ai vaccini, con solo il 65% della popolazione che li ritiene sicuri. Un terzo dei francesi è dichiaratamente no-vax. In Italia la percentuale si assesta attorno al 24%, mentre il 21% crede al complotto delle scie chimiche.
A mali estremi, estremi rimedi” — come si suol dire. Ed è cosí che i governi di casa nostra hanno pensato bene di aggiornare il loro gioco.

Il Nuovo Ministero della Veritá

La veritá sta perdendo”, ha ammesso Richard Stengel in un’intervista al Washington Post. Stengel è sottosegretario al Dipartimento di Stato per la Diplomazia Pubblica, il braccio principale della propaganda americana sin dai tempi di Reagan e la sua dottrina di “gestione della percezione”.
Si tratta di un chiaro esempio di doublespeako linguaggio politichese doppiogiochista. Per Stengel e colleghi, “la veritá” è semplicemente ció che serve agli interessi di USA, NATO e delle altre potenze occidentali. Con la scusa di combattere le “fake news”, scrive il reporter investigativo Robert Parry, la burocrazia e i mass media americani hanno dichiarato guerra a qualunque giornalista osi esprimere dissenso o scetticismo riguardo la narrativa ufficiale, non importa quanto le critiche siano effettivamente basate sui fatti.
Sappiamo che da lungo tempo il governo statunitense, attraverso l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (USAIID), stanzia decine di milioni di dollari l’anno per finanziare il lavoro di giornalisti leali all’establishment. Con l’aiuto di George Soros, USAIID ha finanziato il progetto OCCRP, che si occupa di screditare i regimi ostili agli Stati Uniti prima e durante le cosiddette rivoluzioni colorate. OCCRP collabora inoltre con Bellingcat, una piattaforma investigativa fondata da Elliot Higgins, giornalista che fa parte dell’Atlantic Council (un think-tank pro-NATO a sua volta finanziato dal Dipartimento di Stato americano). Altre decine di milioni di dollari vengono stanziati attraverso la National Endowment for Democracy (NED), una ONG fondata nel 1983 grazie alla supervisione dell’allora direttore della CIA, William Casey.
Ma tutto ció non bastava piú. Nel dicembre 2016, il Congresso USA approvó ulteriori 160 milioni per combattere la propaganda russa. Il Washington Post, basandosi sulla soffiata di un gruppo anonimo, pubblicó una lista nera con 200 tra i maggiori siti di informazione alternativa al mondo, additandoli come complici di tale propaganda. Il New York Times, cavalcando la nuova ondata di isteria maccartista, scrisse un editoriale dove sosteneva la necessitá di censurare il web, cioè di marginalizzare o far scomparire del tutto ogni sito dissidente.
L’obiettivo finale di questa campagna era la creazione di un vero e proprio “Ministero dell Veritá”, gestito non direttamente dal governo (sarebbe sconveniente), ma dalle stesse societá private di media e comunicazione. Il gruppo esiste giá, e si chiama “First Draft Coalition”.
Molti media alternativi sostengono che l’epurazione sia giá cominciata. Con la scusa di combattere “fake news” e “hate speech”, le principali piattaforme social come Youtube, Facebook e Twitter hanno iniziato a cancellare, senza dare alcun preavviso o spiegazione, gli account di una lunga serie di attivisti ed organizzazioni che guarda caso criticavano la narrativa ufficiale. Come spiega Matt Agorist del Free Thought Project, “la nuova censura sembra andare contro a chiunque provi a sfidare l’establishment. Dissentire con lo status quo è il nuovo hate speech.”
Per i poteri forti, controllare la narrativa online è diventata una questione di vita o di morte. Nel 2017, l’ex-agente FBI e membro dell’Alliance for Securing Democracy Clint Watts ha parlato al congresso di una “guerra civile” delle idee, esortando senza mezze misure a “sopprimere i ribelli dell’informazione”. Nel 2018 altri centinaia di siti alternativi, tra cui lo stesso Free Thought Project, sono stati bannati dai social network e declassati sui motori di ricerca. Per Jamie Fly, un neoconservatore membro del German Marshall Fund, “questo è solo l’inizio.
Anche l’Unione Europea si è prontamente unita nella guerra contro l’informazione dissidente. Due anni fa il parlamento tedesco ha approvato una legge, chiamata Network Enforcement Act, che obbliga le compagnie di comunicazione a censurare il dibattito online per conto del governo. La nuova legge “è fondamentalmente sbagliata” — ha commentato il direttore dell’Osservatorio sui Diritti Umani Wenzel Michalski — “È vaga, troppo ampia e trasforma le societá private in censori iper-zelanti per paura di incorrere in multe salate, lasciando gli utenti senza alcuna supervisione giudiziaria e diritto di appello.” Per molti, il rischio principale è quello di una mancanza di imparzialitá da parte degli organi di vigilanza. Sul finire del 2018, ad esempio, il vice-presidente del parlamento europeo Valcárcel Siso ha ammesso che la campagna contro le “fake news” è in realtá volta a difendere l’integritá dell’Unione a fronte degli “attacchi lanciati da populisti e nazionalisti.”
Tra i piú colpiti dalle purghe social ci sono in effetti parecchi gruppi di destra, quelli che oltreoceano vengono generalmente catalogati sotto il termine alt-right (destra alternativa), spesso accostati a ideologie quali il suprematismo bianco, antisemitismo, xenofobia, ecc. Ma ugualmente attaccati sono stati i gruppi di sinistra radicale, quali ad esempio il World Socialist Web Site, Truthout, The Real News e Common Dreams. “Si tratta di censura politica della peggior specie,” ha commentato Robert Epstein, ex-editore capo di Psychology Today. “È solo una scusa per sopprimere certi orientamenti politici” giudicati scomodi dalle autoritá.
Anche chi esprime critiche al sistema finanziario globale, come Luke Rudkowski di We Are Change, è stato purgato. Recentemente, la Psicopolizia di internet ha cancellato post e sospeso profili appartenenti ad istituzioni governative, media, e perfino semplici influencer di nazioni ostili all’impero americano, come l’Iran, la Siria, la Bolivia e il Venezuela. Twitter ha addirittura sospeso l’account a due presidenti in carica, Assad e Khamenei. Dopo l’assassinio di Soleimani, Instagram ha rimosso qualsiasi contenuto che esprimesse sostegno all’ex-generale iraniano, citando come giustificazione proprio le sanzioni imposte dagli Stati Uniti.
Ma il nuovo Ministero della Veritá non intende certo fermarsi alla politica. Nel 2019, dopo un’epidemia di morbillo, l’Organizzazione Mondiale della Sanitá ha dichiarato la “titubanza sui vaccini” — “cioè la riluttanza o il rifiuto a vaccinarsi nonostante la disponibilitá di vaccini” — come uno dei maggiori pericoli per la salute globale. Nonostante la percentuale di morti per malattie infettive, specialmente nei paesi sviluppati, sia praticamente irrilevante, molti paesi occidentali hanno deciso di imporre od estendere l’obbligo vaccinale a tutti i cittadini. Alcuni governi stanno perfino valutando multe salatissime per i genitori disobbedienti. Vista la bassa mortalitá di malattie come il morbillo (nei paesi sviluppati si aggira attorno allo 0.1% - 0.2%) diversi genitori hanno ostinatamente espresso il loro dissenso. Ecco allora intervenire la censura, con Facebook e Google impegnati a estirpare ogni dubbio dalle loro piattaforme.
Non poteva ovviamente mancare Greta. Eletta dal Time Persona dell’Anno 2019, è ora candidata (per la seconda volta) al Nobel per la Pace. I potenti della terra sembrano avere un debole per lei. Grazie alla giovane attivista svedese, il famigerato “Cambiamento Climatico” è infine sulla bocca di tutti. Da qualche anno, le maggiori istituzioni internazionali suonano l’allarme con toni sempre piú apocalittici: per le Nazioni Unite, rappresenta “la piú grande minaccia alla salute umana della storia”, “la maggiore minaccia per la sicurezza globale”, ecc. Il Fondo Monetario Internazionale ha parlato recentemente di una “crisi che richiede azioni immediate da parte di tutti i livelli di governo”. La Banca Mondiale ha stanziato 50 miliardi per promuovere una nuova “finanza climatica”.
Al di là dei risvolti socio-economici, la questione climatica è a tutti gli effetti una questione scientifica, e per di piú assai complessa. La teoria piú accreditata, quella del riscaldamento globale dovuto alle emissioni di gas serra, non è ancora universalmente accettata (nonostante le forti pressioni per stigmatizzare o minimizzare ogni voce contraria). Tra le fila dei “negazionisti” — cosí viene chiamato chi osa sollevare qualche dubbio — non vi sono soltanto turbocapitalisti senza scrupolo al soldo delle lobby petrolifere, ma anche eminenti ecologisti, preoccupati che l’isteria climatica ci distolga dall’affrontare i problemi sistemici. Anche in questo caso, peró, i toni del dibattito si fanno sempre piú simili a quelli della Santa Inquisizione. Di recente, la deputata americana Kathy Castor ha chiesto a Youtube di censurare ogni video che promuova teorie alternative sul clima. Un numero crescente di accademici invoca addirittura la censura totale su ogni mezzo di informazione. Nonostante Greta parli spesso della “Scienza” come un dogma, peró, la libertá di esprimere posizioni contrarie al consenso generale è la chiave di un sano dibattito scientifico, e in fin dei conti tale libertá è proprio ció che differenzia la scienza da qualsiasi religione rivelata. Appellarsi alla censura è la cosa piú anti-scientifica che si possa immaginare, e tali proposte non possono che far rivoltare Galileo Galilei nella sua tomba.
Soffermiamoci infine sul caso dell’anno, il vero tormentone di queste prime settimane del 2020: l’epidemia da Coronavirus. Parallele al virus, e forse ancora piú contagiose, si sono diffuse online le teorie del complotto. Si va dalle armi batteriologiche create nei laboratori cinesi alle mire depopolazioniste di Bill Gates, dai numeri gonfiati di vittime alle terapie a base di candeggina. Dopo qualche giorno, su indicazione dell’OMS, i social network hanno deciso di cancellare ogni contenuto non conforme alla narrativa ufficiale. E se in alcuni casi le paure che tali storie possano provocare danni fisici ad utenti sprovveduti paiono in effetti fondate, non si spiega ad esempio perché Twitter abbia sospeso l’account di Zerohedge, uno dei maggiori siti d’informazione alternativa al mondo, a seguito di un post che ipotizzava un’origine artificiale del virus collegata alle ricerche immunologiche di un certo Dr. Peng Zhou.
Insomma, la questione è molto delicata. La presenza di fake news è un motivo sufficiente per lasciare carta bianca alla censura? E soprattutto, chi controlla i controllori? Come facciamo a fidarci dei nostri governi che, come ormai sappiamo tutti, ci hanno mentito e ancora oggi ci mentonospudoratamente? Come fidarsi d’altronde dei mass media o delle societá Big Tech, tutte in mano a pochi oligarchi con le mani in pasta?
Se vogliamo ripristinare la credibilitá dell’informazione e del dibattito pubblico la soluzione non puó e non deve essere una deriva totalitaria verso la censura. Il rischio c’è ed è oggi piú alto che mai, specialmente a causa dell’immenso potere gestito da un manipolo di tecnocrati della Silicon Valley fuori da ogni controllo democratico. Bisogna stare all’erta, e non lasciare che con la scusa di qualche emergenza fabbricata ad hoc il potere ci tolga anche quei pochi diritti che ci rimangono, quelli che i nostri padri costituenti, in Italia come in America, ci avevano lasciato a costo di enormi sacrifici: la libertá di pensiero, di parola e di stampa. L’antidoto alle menzogne dilaganti sta piuttosto nell’educazione al pensiero critico, ad un sano scetticismo, nel proteggere un giornalismo davvero indipendente. Sta nell’implementare misure di trasparenza e rendicontabilitá per i politici e per i media. Nel delegittimare la guerra propagandistica condotta dai servizi segreti. Nel democratizzare i social network e creare meccanismi di feedback piú efficaci. Non svendiamo la nostra libertá per una finta sicurezza. Ne va del nostro futuro.